domenica 18 ottobre 2009

Il Paese della servitu’ volontaria (di Gianni D’Elia da Il Fatto Quotidiano del 10-10-2009)

Se l’ideologia e’ la distanza tra cio’ che si e’ e cio’ che si dice di essere, bisogna tornare all’analisi delle parole che dicono il loro contrario. Dopo la Casa delle Liberta’, il Partito della Liberta’, eccoci giunti al Popolo della Liberta’. Facciamo l’antifrasi. Il riassunto italiano degli ultimi quindici anni merita ormai una definizione storico-linguistica’ che attinga alla storia (francese) della cultura e della critica umanistica del dispotismo politico; si pensi all’opera di Étienne de La Boétie (1530-1563), intitolata Discorso della Servitu’ volontaria, composta giovanissimo nel 1546 o nel 1548, e pubblicata postuma grazie al suo erede testamentario e amico Montaigne nel 1574, manifesto della liberta’ protestante. “La distanza tra cio’ che gli uomini sono e cio’ che dicono di essere” (Franco Fortini) deve far sostituire alla parola liberta’ il suo contrario, avremo cosi’ il rovescio della falsita’, la verita’ storica e presente dell’Italia, dal plurale della Casa delle Servitu’ al singolare del Partito della Servitu’, e, ancora piu’ pregnante per il nostro riferimento, l’irresistibile Popolo della Servitu’. Il celebre libello di La Boétie, composto “in onore della liberta’ contro i tiranni”, fu da allora ribattezzato prontamente “Il Contro Uno” e spesso riutilizzato nella storia francese come appello alla rivolta contro l’autorita’ costituita: diritto e dovere di difesa. E tuttavia, cosa oggi assai piu’ interessante per noi, dopo la rovina della strategia e della tattica rivoluzionaria comunista, la resistenza alla miseria e all’oppressione non passa, secondo La Boétie, attraverso la violenza e il delitto, ma attraverso la coscienza e la sua diffusione, contro l’unico Maître, Signore e Padrone. La servitu’ dei popoli e’ infatti volontaria, perche’ “non si puo’ dubitare che noi siamo naturalmente liberi, dato che siamo tutti compagni, se non puo’ cadere nell’intendimento di nessuno che la natura abbia messo qualcuno in servitu’, avendoci tutti messi in compagnia”: pare il cuore della Ginestra leopardiana, il “vero amor”, “gli uomini confederati”, contro i deliri razzisti e sciovinisti delle fasulle identita’ padane dei leghisti nostrani.
Il “Discorso” e’ infatti una difesa della dignita’ umana, e dei suoi inalienabili diritti individuali e collettivi, civili, religiosi. La Boétie elenca tre tipi di tiranni, che derivano da tre tipi di fonti, azioni e funzioni: elezione (popolo), forza (violenza delle armi), successione (dinastia). A questi tre tipi di tiranni corrispondono dunque tre tipi di servitu’: elettiva, armata e dinastica. La servitu’ elettiva e’ quella che ci riguarda, perche’ e’ quella volontaria della democrazia mediatica e parlamentare che viviamo. La servitu’ del popolo italiano e’ volontaria; sono i cittadini che “si tagliano da soli la gola” e che, accettandone il giogo, snaturano la natura umana e democratica: la maggioranza degli italiani. Gli italiani sfuggiranno al loro orribile soggezione, soltanto riconquistando la loro prima verita’, la loro “natura franca”. Da questo risorgimento ontologico, contro la restaurazione politica, dipende la grande peripezia della vita civile che, in una prospettiva di nuovo contrattualista e concreta, fara’ di ogni cittadino un uomo e non un suddito, il solo artefice del mondo politico, non piu’ delegato ne’ a Dio ne’ ai suoi luogotenenti, “unti del Signore” , Padrone e Servi, e masse manipolate. Secondo La Boétie, piu’ moderno di tutti i moderni, la risorsa e il segreto del dominio, il sostegno e il fondamento della tirannia, consistono in definitiva nel servaggio reciproco degli uni attraverso gli altri, anche se poi “sono sempre quattro o cinque che mantengono in piedi il tiranno, quattro o cinque che tengono tutto un paese in servitu’”. Andati da lui, o chiamati da lui, “ e’ sempre accaduto che cinque o sei abbiano avuto l’orecchio del tiranno”, e siano stati i suoi complici di potere e compagni di piacere, i procacciatori delle sue volutta’, i beneficiari comuni di tutti i saccheggi… Il monopolismo italiano risulta illuminato, anche nella sua trasformazione, da economico a sociale e politico, se il messaggio di La Boétie arriva fino a Baudelaire, sdegnato di Napoleone III (al pari di Victor Hugo: “dopo il grande tiranno, il piccolo tiranno”). A noi il paragone tra il primo Napoleone e il terzo suggerisce quello tra il primo cavaliere e il secondo.
“Contro la separazione dei fenomeni” (Pasolini), vediamo l’insieme. Dopo Mussolini, Berlusconi e’ il caso italiano piu’ esasperante. Ascoltiamo Baudelaire, da Il mio cuore messo a nudo [XXV, 44]: “Insomma, davanti alla storia e di fronte al popolo francese, la grande gloria di Napoleone III sara’ stata quella di provare che il primo venuto puo’, impadronendosi del telegrafo e della Stampa nazionale, governare una grande nazione. Imbecilli quelli che credono che simili cose si possano realizzare senza l’assenso popolare, cosi’ come quelli che credono che la gloria non si possa fondare che sulla virtu’. I dittatori sono i domestici del popolo, niente di piu’, un fottuto ruolo, del resto, se la gloria e’ il risultato dell’adattamento di uno spirito tale alla stupidita’ nazionale”. Il primo venuto si e’ impadronito, da noi, non del telegrafo, ma della televisione e della Stampa nazionale, e quindi del governo. Anche noi non siamo imbecilli e sappiamo che l’accondiscendenza del popolo italiano e’ fondata sul voto e sul fascino del reato e del vizio che il piccolo tiranno italiano oggi incarna, per tutti gli evasori e i puttanieri della nostra sterminata piccola borghesia arricchita e razzista: e’ la sua gloria, e la loro. L’adattamento alla stupidita’ nazionale dice che la questione italiana, purtroppo, e’ una questione di servitu’ volontaria degli italiani, piu’ che della loro classe politica, di una buona meta’. Sarebbe bello poter dire, a compenso, la famosa frase del film:
“E’ la stampa bellezza!”. Purtroppo, anche la stampa dovrebbe scioperare contro la maggioranza di se stessa, perche’ finisca l’Italia della servitu’ volontaria che ci soffoca, se secondo Pasolini, noi non sapremo mai, ma almeno diremo la verita’: “Ora, quando si sapra’, o meglio si dira’, tutta intera la verita’ del potere di questi anni, sara’ chiara anche la follia dei commentatori politici italiani e delle élites colte italiane. E quindi la loro omerta’ “. (“il Mondo”, 28 agosto 1975). Questa e’ la lettera luterana che dovremmo impugnare, nel conflitto dirompente tra l’interesse al silenzio e l’interesse al dissenso della verita’ politica, contro la pratica politica di sempre.

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