mercoledì 23 febbraio 2011

Così i cinesi devastano le foreste (da l'Espresso)

E' un albero che produce olio vegetale per i biocarburanti. E ora le corporation dell'energia ne stanno piantando a decine di migliaia in tutto il Borneo e non solo. Distruggendo la giungla e le foreste in cui da secoli vivevano popolazioni tribali

Chi non ha mai visto la distruzione di una torbiera tropicale non può capire la disperazione degli Avatar delle foreste malesi, tribù ancestrali costrette come nel film di Cameron a conoscere il "progresso" col suo volto più brutale. L'acqua marrone, putrida, lasciata dalle fiamme dopo che gli incendi hanno "ripulito" il bosco lasciando mozziconi di legno, è il segnale che in poco tempo è stato distrutto ciò che la natura aveva costruito qui in 130 milioni di anni. La torba primordiale rigenera difatti la vita delle specie vegetali, e va da sé, quella degli animali e degli uomini che ci vivono.
Tra il Parco naturale di Taman Negara e le foreste della costa nordorientale del Borneo dominavano un tempo 14.500 diverse specie di flora, 200 razze animali, 300 tipi di uccelli e i popoli primitivi dei Penan e dei Batek Negritos. Ma dopo i tagli e il fuoco ormai si coltiva quasi esclusivamente una sola pianta, la palma da olio, principale componente per prodotti alimentari e carburanti cosiddetti "ecologici", il bio-fuel o benzina verde usata ben lontano da qui. Esaltato come l'alternativa pulita al petrolio, l'"oro verde" dovrebbe nell'illusione di molti governi abbassare le emissioni di anidride carbonica che provocano l'effetto serra. Ma dopo aver rimpiazzato con furia specie ben più generose per l'ambiente, la palma sta succhiando sostanze dalla terra, emette molto meno ossigeno e trattiene molto meno carbonio di una foresta vergine. E l'impiego connesso alla coltivazione di pesticidi e fertilizzanti mette a rischio anche le aree circostanti...leggi tutto

domenica 20 febbraio 2011

''De Mauro ucciso su ordine del signor Riina'' (da Antimafia 2000)


Sentito al processo il neo pentito Rosario Naimo
di Aaron Pettinari - 18 febbraio 2011
Questa mattina, innanzi alla Corte d’assise di Palermo, è stato sentito come teste assistito, per la prima volta in un'aula di giustizia, il pentito Rosario Naimo (arrestato nell'ottobre 2010). L'occasione l'ha data il processo per il sequestro e l’omicidio del cronista del quotidiano “L'Ora” Mauro De Mauro.
Per il delitto è imputato il boss Totò Riina il quale viene accusato dall' ex boss di aver ordinato il sequestro del giornalista. La sua è una descrizione dettagliata di quel che avvenne in quella sera del 16 settembre 1970 basata su quanto a lui rivelato dal mafioso Emanuele D'Agostino, appartenente alla famiglia di Stefano Bontade e incaricato del rapimento. “Quando nel 1972 tornai dagli Stati Uniti a Palermo – ha raccontato Naimo rispondendo alle domande del pm De Montis - chiamai al telefono Emanuele D'Agostino e lui mi raggiunse subito in un appartamento a Ballarò, dicendomi per prima cosa che lo avevano affiliato. Era euforico e incominciò a raccontarmi subito un sacco di cose. Voleva fare bella figura con me per dimostrarmi che anche lui era diventato un mafioso e che era diventato importante. Prima mi raccontò tutto sulla strage di viale Lazio, poi mi disse come fu ucciso Michele Cavataio e infine mi disse 'la sai quella del giornalista De Mauro, hai sentito che è successo?' ma io negli Stati Uniti non avevo ancora sentito cosa fosse accaduto. Così mi raccontò che De Mauro fu preso e ucciso su ordine dello 'zio Totuccio', cioè Totò Riina”.
Quindi ha proseguito nel racconto degli ultimi istanti di vita del giornalista: “D'Agostino lo vide arrivare in auto, aprì lo sportello e non gli diede tempo di scappare. Lo colpì al viso col calcio della pistola e, insieme al ragazzo che lo aiutava nella missione, lo mise nel sedile dietro della loro macchina. D’Agostino, proprio per farmi capire che ruolo aveva assunto in Cosa nostra, mi raccontava di De Mauro come fosse una cosa di cui vantarsi. De Mauro dopo essere stato colpito era stonato e pieno di sangue. Mentre il ragazzino guidava, D’Agostino gli puntava la pistola per non farlo parlare. Fingeva di averlo confuso con un altro, lo chiamava con altro nome e gli diceva che l’aveva preso perché aveva dato fastidio alla sorella”. “Poi – ha continuato - quando arrivarono in un terreno dei Madonia lo fecero scendere e lì c’era Riina. A quel punto gli dissero ‘caro De Mauro’ svelando che sapevano benissimo chi avevano rapito e subito lo uccisero forse sparandogli”. D’Agostino avrebbe detto a Naimo che fecero sparire il corpo. Il pentito non ricorda se l’amico gli disse che l’avevano buttato in un pozzo o meno. Naimo ha quindi voluto ribadire che l’ordine di rapire De Mauro era partito da Riina ma che erano d’accordo anche i boss Ciccio Madonia e Stefano Bontade. Sul motivo per cui De Mauro venne ucciso Naimo ha detto: “D’Agostino mi disse che avevano ammazzato De Mauro perché attaccava sempre la mafia nei suoi articoli”...leggi tutto

mercoledì 16 febbraio 2011

Attilio Manca: un enigma ancora da sciogliere (da Antimafia 2000)

di Lorenzo Baldo -  In antitesi con il detto popolare che il tempo lenisce le ferite, ogni richiesta di giustizia mancata acquisisce anno dopo anno ulteriore sofferenza, rabbia e ansia per il rischio di un oblio generale. La richiesta di giustizia sulla morte dell'urologo siciliano di 34 anni, Attilio Manca, pesa sulle spalle della sua famiglia che fin dal momento del ritrovamento del cadavere del proprio congiunto, il 12 febbraio 2004...
...non si è mai arresa di fronte a quello che venne indicato frettolosamente come “suicidio”. Quel giorno il corpo di Attilio veniva ritrovato riverso trasversalmente sul piumone del letto, seminudo. Dal naso e dalla bocca era fuoriuscita un’ingente quantità di sangue, che aveva finito per provocare una pozzanghera sul pavimento. Il suo volto presentava una vistosa deviazione del setto nasale. La relazione autoptica, pur lacunosissima (tanto che in seguito il Gip si è trovato costretto a ordinarne un’integrazione), e quella tossicologica avrebbero successivamente attestato che nel sangue e nelle urine di Attilio Manca erano presenti tracce di un rilevante quantitativo del principio attivo contenuto nell’eroina, di un consistente quantitativo di Diazepam, principio attivo contenuto nel sedativo Tranquirit, e di non ingente sostanza alcoolica; la causa della morte di Attilio Manca andava quindi ricondotta all’effetto di quelle tre sostanze, che avevano provocato l’arresto cardio-circolatorio e l’edema polmonare. Sul corpo di Attilio Manca erano visibili, al braccio sinistro, due segni di iniezioni (corrispondenti a due siringhe ritrovate nel suo appartamento), una al polso ed una all’avambraccio; su tutto il resto del corpo non era visibile traccia alcuna di iniezioni, recenti o datate. Di fatto Attilio Manca era un mancino puro e compiva ogni atto con la mano sinistra. Un'evidente “anomalia”, ma non l'unica. Un anno dopo, il 20 febbraio 2005, la Gazzetta del Sud pubblicava le dichiarazioni di Ciccio Pastoia, il capomafia di Belmonte Mezzagno che si sarebbe suicidato in carcere un paio di giorni dopo. Dichiarazioni secondo cui un urologo siciliano si sarebbe occupato di Provenzano nel suo rifugio. Sempre a Febbraio del 2005 uscivano sui quotidiani le dichiarazioni del neo pentito Mario Cusimano, della cosca di Villabate (uno di quelli che si occupò della latitanza di Bernardo Provenzano), arrestato nella maxi operazione del gennaio 2005 “Grande Mandamento”. Mario Cusimano raccontava del viaggio a Marsiglia di Bernardo Provenzano per operarsi alla prostata. A quel punto i genitori si ricordavano che Attilio proprio in quel periodo era stato in Costa Azzurra e che da lì aveva fatto ben due telefonate. La probabilità che Attilio Manca (tra i primi urologi in Italia a operare per via laparoscopica) fosse stato chiamato per visitare nel post operatorio il capo di Cosa Nostra e che per questo fosse stato successivamente eliminato, non è mai stata riscontrata, ma tanto meno non è stata esclusa del tutto. A distanza di 7 anni l’inchiesta è momentaneamente sospesa...leggi tutto

giovedì 10 febbraio 2011

Per il bene comune i corrotti restituiscano ciò che hanno rubato (da libera.it)



La corruzione minaccia il prestigio e la credibilità delle istituzioni, inquina e distorce gravemente l'economia, sottrae risorse destinate al bene della comunità, corrode il senso civico e la stessa cultura democratica. Per questo motivo raccoglieremo un milione e mezzo di cartoline da inviare al Presidente Napolitano per chiedergli di intervenire, nelle forme e nei modi che riterrà più opportuni, affinché il governo e il Parlamento ratifichino quanto prima e diano concreta attuazione ai trattati, alle convenzioni internazionali e alle direttive comunitarie in materia di lotta alla corruzione nonché alle norme, introdotte con la legge Finanziaria del 2007, per la confisca e l'uso sociale dei beni sottratti ai corrotti.


Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie.
Via IV Novembre, 98 - 00187 Roma - P.Iva: 06523941000 CF: 97116440583

domenica 6 febbraio 2011

Mostra di Palazzo Farnese e i CADABRA all'Accademia d'Ungheria

L'altra ieri giornata piena, prima siamo andati a visitare la mostra di Palazzo Farnese, ormai visitabile, visto che la fila e' piu' che accettabile. La mostra e' molto interessante e vale la pena visitarla perche' presenta numerosi capolavori d'arte che fanno parte della storia di Palazzo Farnese provenienti da diversi musei d'Italia, oltre a quanto ivi presente. C'era la statua di Venere Callipigia che osserva le sue belle forme, osservatele anche voi:

poi c'era il dipinto di Annibale Carracci rappresentante la Venere con due amorini e un satiro eccovela:


da notare in alto l'amorino virtuoso che tenta di fermare il satiro tenendolo per un corno, la venere non e' molto interessata verso di esso, mentre in basso c'e' un amorino che sbava. Le forme della venere sono abbondanti. Chi abita a Roma puo' andare a visitare la mostra che dura fino al 27 aprile. Dopo la mostra ci siamo recati di fronte, all'accademia d'Ungheria a sentire il concerto dei CADABRA (leggasi codo'bro) gruppo serbo-ungherese proveniente dalla Voivodina,regione serba multietnica a maggioranza ungherese. Ho caricato qualcosa su Youtube e si puo' guardare e sentire cliccando sul link:
interessante,  somiglia un po' alla musica della puglia che e' una terra di confine.