lunedì 29 luglio 2013

Imposimato: quando l’Italia precipitò nel baratro (dal blog di Giuseppe Casarrubea)

La politica e la società italiane non sono più quelle che abbiamo conosciuto negli anni delle grandi riforme, cioè gli anni Settanta. I ragazzi di allora oggi ricordano in particolare due ambiti del nostro Welfare state: la scuola e la sanità, oltre alle particolari tutele che lo Stato concedeva alle fasce più deboli, nonostante una grave crisi economica, provocata dalle grandi compagnie petrolifere, avesse investito alla metà di quel decennio non solo l’Italia, ma anche molti Paesi europei. Erano gli anni di Fanfani e di Moro, di Kissinger e di Nixon, di Gerald Ford e di Jimmy Carter, di Enrico Berlinguer e del compromesso storico. Un tempo oggi ridotto alla farsa recitativa, alla mancanza di ideali, all’inidoneità pubblica di chi ci governa e ci ha rubato il diritto di essere rappresentati.
Tutto ha un inizio perché fu proprio nel primo anno di presidenza di Carter che si verificò la strage di via Fani e il sequestro e poi l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro. Un fatto che la storiografia, come del resto l’opinione pubblica, non finirà mai di valutare nelle sue reali proporzioni e per gli effetti che questo affaire, come ebbe a definirlo Leonardo Sciascia, produsse nel tessuto vivo della politica e della società italiana nei decenni successivi. Fino ai nostri giorni.Possiamo considerare, infatti, l’uccisione premeditata dello statista democristiano come l’effetto di un enorme meteorite sul nostro Paese, capace di cancellarne l’aspetto geografico e di determinare un mutamento radicale del suo clima.
I perché ce li spiega, con una incalcolabile dovizia di particolari e di dati, un nuovo libro di Ferdinando Imposimato, edito da Newton Compton: I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia con il sottotitolo: Perché Aldo Moro doveva morire? La storia vera. Dopo i lavori sul tema effettuati da Sergio Flamigni, Imposimato ci fornisce ora i tasselli mancati di una ricostruzione che rendono il mosaico che già avevamo, nitido nei suoi contorni e, soprattutto esplicativo delle responsabilità che stanno alla base della barbara uccisione a freddo dello statista pugliese.
L’autore di questa notevole ricerca è un testimone diretto di quei fatti, perché fu giudice istruttore del rapimento di quel tragico 16 marzo 1978 e conobbe le vicende di quei mesi in quanto penalista, magistrato e adesso, presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione. Una fonte autorevole, insomma, la cui fatica nella ricerca della verità di tanti misteri della nostra storia repubblicana, è premiata in ragione proprio della sua autorevolezza, e cioè del fatto che a lui si sono rivolti, anche in tempi a noi vicini, testimoni che furono, ad esempio, nei mesi del sequestro Moro, attori principali sulla scena. Quella di un prigioniero attorno al quale agirono statisti e generali, capi della Massoneria e teste di cuoio costrette a ubbidire e a tacere. E anche, naturalmente, le Brigate rosse.
Il libro è introdotto dal presidente di sezione della Corte di Cassazione Antonino Esposito, che già nelle sue prime battute mette in risalto quanto dichiarato da Steve Pieczenik, braccio destro Henry Kissinger: “Sono stato io, lo confesso, a preparare la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro allo scopo di stabilizzare la situazione italiana...leggi tutto

domenica 28 luglio 2013

COMPRA DIVANO E CI TROVA DENTRO SABRINA FERILLI (da Lercio)

FALVATERRA – Tragedia sfiorata stamani in un comune ciociaro. Un muratore, Lino Cazzuo, aveva ordinato un divano-letto in un punto vendita di una nota azienda italiana. Quando gli è stato recapitato però ha subito notato che la superficie della seduta era molto irregolare.  Poi la moglie gli ha detto che usciva a comprare la pancetta per l’amatriciana e dall’interno del divano si è sentita una voce: “A ‘mpuniti, l’amatriciana se fa cor guanciale, li mortacci vostra!”.
Il Cazzuo ha immediatamente richiamato il negozio, il quale ha subito inviato i suoi tecnici a controllare. Quando questi hanno smontato il divano è spuntata fuori niente meno che Sabrina Ferilli, con gli abiti appena appena sgualciti e la messa in piega ancora perfettamente in ordine: “A ‘fracichi! Tirateme fori! Mo’ ve rovino!”...leggi tutto

mercoledì 24 luglio 2013

L’Olio della Poesia/Franco Loi (da Qui Salento)

Il poeta dialettale Franco Loi si aggiudica “L’Olio della Poesia 2013”, il particolare premio letterario, ideato da Peppino Conte, che ogni anno regala un quintale di olio extravergine di oliva prodotto dall’Oleificio cooperativo San Giorgio di Carpignano a importanti poeti. La manifestazione, che quest’anno taglia il traguardo della 18esima edizione, si tiene nell’antica piazza Lubelli di Serrano, e assegna ogni anno tre premi.
Il più importante, “L’Olio della Poesia”, un quintale di olio e una settimana di soggiorno gratuito a Otranto, va a Loi, poeta dialettale nato a Genova nel 1930, scrittore e saggista per il Sole 24 Ore, che recita i suoi testi in dialetto milanese, pubblicati per l’occasione dall’editore Manni in 999 copie numerate e fuori commercio, distribuite gratuitamente ai partecipanti durante la serata di premiazione. Altro premio assegnato è il “Salento d’amare”, vinto quest’anno dal cantautore Roberto Vecchioni, che già 10 anni fa esatti ha ricevuto il premio “L’Olio della Poesia”.
Mentre il premio Millennium, un manufatto artistico di pietra leccese offerto dal Comune di Cursi, conferito a un personaggio salentino che promuove la poesia, va all’editore Cosimo Lupo. Anche quest’anno spazio al baratto culturale: uno stand consegna una bottiglietta di olio extravergine di oliva, offerta dall’oleificio Montevergine di Serrano, a chi porta in dono uno o più libri, anche usati e di qualsiasi genere, da destinare al Fondo de L’Olio della Poesia, presso la biblioteca comunale di Serrano. “L’Olio della Poesia” è organizzato dalla Provincia di Lecce e dal Comune di Carpignano, in collaborazione con il Comune di Cursi e l’Università del Salento. Inizio ore 21.

domenica 21 luglio 2013

Ricordi d'estate di tanti anni fa

Ricordo quando il 15 di agosto di secoli fa si andava al mare con il cavallo e il carretto di mio nonno con tutti sul caretto oltre ad una quantita' incredibile di cose: sembrava che ci dovessimo restare per un mese e invece al tramonto si doveva tornare.Avevo quattro o cinque anni. Si partiva all'alba per arrivare col sole gia' alto per fare circa quindici chilometri. Sullu trainu ci stavo io, la nonna, la zia, lo zio, mio padre, mia madre, i miei due cugini e mi miei fratelli che non ricordo quanti fossero a quel tempo (alla fine fummo cinque) oltre a mio nonno che guidava. Lu cavaddhru malecarne si fermava spesso per mangiare l'erba che cresceva in qualche punto dello stradone bianco e verde e ogni tanto rosso scuro (la terra battuta), le ruote del carretto sobbalzavano in continuazione e prendevano tutte le pietre che sporgevano dall'erba. Ricordo che dopo aver bevuto e volendo buttare l'acqua che era rimasta nel bicchiere d'alluminio io che stavo sul bordo del carretto , mi ritrovai sotto il carretto a guardare le ruote e le zampe del cavallo, meno male che caddi dal bordo estremo e non davanti. Siccome a quell'eta' eravamo fatti di gomma, mi recuperarono senza danni e mi rimisero sopra. Ricordo che non c'erano case al mare: dove finiva la terra coltivata cominciava la sabbia e le dune e ogni tanto attraverso un varco fra le stesse si vedeva il mare. Il mare era qualcosa di strano e quella distesa sterminata di acqua mossa dalle onde ti lasciava senza fiato appena si arrivava. Arrivati al mare era' gia ora di cucinare perche'il mangiare era preparato nei tegami ma ancora da riscaldare e finire di cuocere (anche la famosa parmigiana dove ci si metteva di tutto perche' non si aveva niente). Il fuoco si faceva sulla sabbia con il legno recuperato sulla spiaggia e per riparare il fuoco dal vento si faceva un semicerchio di pietre (anche quelle recuperate sulla spiaggia). Ci si riparava dal sole sotto il carretto con delle coperte a mo' di tenda sulle stanghe. Appena arrivati al mare noi bambini ci buttavamo subito fra le onde togliendoci i vestiti e tenendo solo le mutande. I grandi essendo indaffarati, chi a preparare il fuoco chi a preparare il carretto con le coperte e legare il cavallo a qualche sasso o alberello ci lasciavano fare poi ci richiamavano sgridandoci perche' a ferragosto non si poteva fare il bagno, secondo la credenza popolare in quel giorno era pericoloso. Si mangiava a menzatia, un'orario compreso fra le dodici e l'una con un condimento di tanta sabbia quando si alzava il vento. Dopo aver mangiato le donne lavavano i tegami e le padelle con l'acqua del mare e la sabbia per togliere l'unto. Al mare noi bambini ci scatenavamo dopo mangiato, altro che dormire, e i grandi dovevano minacciarci di cose terribili per farci stare un po' piu' quieti e rimanere vicini a loro. Verso le sei si doveva ritornare per essere a casa prima del buio ed era allora che sul carretto noi bambini sfiniti ci finalmente ci addormentavamo sulla via del ritorno.

martedì 2 luglio 2013

Strage di Ustica: Giulio Linguanti: "Il Mig libico cadde sulla Sila molto prima. La stessa sera del DC9, il 27 giugno 1980" (Da Antimafia 2000)

“Quando sarà, io me ne voglio andare con la coscienza a posto. Perché se lassù incontrerò anche uno solo di quegli ottantuno poveretti che stavano sull’aereo, non voglio che mi sputi in faccia”. Il maresciallo Giulio Linguanti ha 76 anni e una memoria testarda che non perde un colpo. Nel 1980 era in forza al reparto del Sios Aeronautica nell’aeroporto di Bari. E a Bari lo incontro oggi, nella sua casa, davanti a un caffè. Lui con le sue carte piene di appunti, io con un registratore.
È un uomo d’un pezzo, Linguante. Con la vita segnata da un evento che per un mese, in due riprese, l’ha portato sulle montagne della Sila a organizzare il recupero del Mig23 libico che, a giudicare dai vermi lunghi cinque centimetri che avevano fatto il nido nel cadavere già putrefatto del pilota, non precipitò il giorno del suo ritrovamento ufficiale (18 luglio) ma almeno tre settimane prima. Cioè il 27 giugno, la stessa sera dell’abbattimento del DC9 Itavia. “Risolvete il giallo del Mig23 e avrete trovato la chiave per scoprire la verità su Ustica”, disse nel 1982 Giovanni Spadolini. Un giallo nel quale il maresciallo del Sios ha una parte da protagonista...leggi tutto

lunedì 1 luglio 2013